Tiffany e i tre briganti


Tiffany è un'orfanella, appena cosciente di questa nuova realtà e già proiettata verso una vita nuova che la prende a peso e la "sobbalza" dentro ad una carrozza chiusa a chiave e guidata da un rospo dall'aspetto spaventoso che incute terrore. La solitudine che l'attende è quella della condanna all'orfanatrofio, il posto destinato ai bambini soli... perchè è così che deve essere...
Tiffany è piccola ma non si abbatte, continua a cercare il modo per scappare da quella carrozza perchè sa che quel destino non le appartiene, che deve fare tutto il possibile per ribellarsi a quell'imposizione autoritaria che grava pesantemente sulla sua giovane vita.
L'occasione arriva, ed è quella inaspettata della rapina dei tre terribili briganti che da anni sono il terrore del bosco, rapinando e spaventando ogni passante che si trovi a passare lungo quelle strade piene di alberi che pullulano di vita e crescono attorcigliati nelle più fantasiose forme di vita animale e non solo. Bravi i grafici, la voluta semplicità dei personaggi viene ampiamente compensata dalla capacità di dettaglio che spazia nell'immaginazione e che proprio tra gli animaletti del bosco sviluppa una metafora ambientale educativa: non deve essere il buio a spaventare, dietro ad ogni rumore del bosco c'è una spiegazione, così come ad ogni luce corrisponde una forma di vita da avvicinare e conoscere.
Tiffany incontra così i tre
briganti, certo poco interessati alla sua valigia piena di nulla ma la prospettiva di trascorrere il suo tempo con loro è un'avventura che le sembra molto più invitante del fumoso orfanatrofio, e così inventa la "bugia buona", quella detta a fine di bene.... Rapitemi, suggerisce, mio padre è molto ricco e certo pagherà un riscatto per avermi indietro.
Convinti da questa prospettiva, i tre briganti accettano di portarsi dietro la piccola che pare nata per fare la brigantessa, a suo agio nella grotta e tra i tesori rubati, riesce in pochi giorni a conquistare il cuore dei tre terribili briganti, anch'essi un tempo orfani vittime delle violenze dell'
orfanatrofrio, forti abbastanza da scapparne e di vivere di espedienti. Le vicende si alternano, se ve le racconto vi tolgo il gusto di godervi l'animazione, salto direttamente alle conclusioni, un po' alternative, che questo film può suggerire:
- anche gli uomini (e non solo le donne) possono essere educatori e occuparsi dei bambini
- non tutti gli insegnanti hanno qualcosa da insegnare
- a volte il confine tra bene e male può essere sottile, e tutto può mutare condizione e giustificazione se fatto in un'ottica di generosità superiore.

L'animazione non è una produzione disneyana di quelle che prevede colpi di scena o grafiche mirabilanti, il concetto è semplice, raccontare una storia adatta ai bambini che loro stessi possano comprendere e interpretare personalmente, cogliendo gli spunti che percepiscono più facilmente.
Neanche a dirlo, il cinema era completamente vuoto. Peccato, una pellicola adatta ai
bambini piccoli che non parla in modo violento neanche quando i protagonisti stessi vengono presentati come dei criminali, una pellicola che invita a guardare oltre le apparenze e a pensare con la propria testa, ad affrontare le situazioni con coraggio anche se si è "piccoli" e a non perdersi mai d'animo. Senza essere eroi, semplicemente vivendo pienamente ogni momento della vita.

2 commenti:

Daniele Verzetti il Rockpoeta ha detto...

E' sempre molto bello leggere le tue recensioni.

E' bello vedere che cmq continui a postare.

ciao
Daniele

Melina2811 ha detto...

Sei sempre molto brava... scusa ma mi sono un pò persa.... ciao da Maria

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